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Il Web 3.0 secondo Tim Berners-Lee
[Giuseppe Genna] |

Arrivano gli assistenti virtuali
[M. Caldarini - P. Spada] |

Si capisce quello che scrivi? [Simona Bertoglio] |

Si fa presto a dire contenuti [Gianluca Sigiani] |

 

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Il Web 3.0 secondo Tim Berners-Lee

 

Nel 2005 (che, alla velocità di trasformazione della Rete, corrisponde pressapoco al Cenozoico nell'evoluzione umana) il demiurgo del World Wide Web, Tim Berners-Lee, decise di sporgere lo sguardo oltre l'orizzonte di quello che si stava delineando – oltre, cioè, il Web 2.0. Nozione assai vaga eppure sperimentabile oggi quotidianamente, il Web 2.0 sconta un deficit di definizioni condivise perché in continuo allargamento: negli applicativi, nelle possibilità di interazione, nell'imporsi di modelli sempre più partecipativi e al contempo sempre più elitari. A Tim Berners-Lee non importa. Visionario di professione e realizzatore delle proprie visioni sempre di professione, non si fermò nel 1993 davanti al rifiuto del Nobel italiano Carlo Rubbia, che negò la disponibilità del CERN a irradiare il progetto di Rete pubblica. Figurarsi se un informatico del genere, che sta a un normale sviluppatore come Silver Surfer sta a Luca Giurato, si ferma davanti alle difficoltà di previsione e di definizione del Web 3.0. E' difficile stabilire con categorie definitive cosa sia lo stadio 2.0 del Web? Nel tentativo di darne un'idea, si ricorre a esoterismi incomprensibili? Tim Berners-Lee spinge l'acceleratore e, del Web 3.0, dice qualcosa di apparentemente ancor più incomprensibile:

"Le persone si chiedono che cosa sia il Web 3.0. Penso che, forse, quando si sarà ottenuta una sovrapposizione della Grafica Vettoriale Scalabile (oggi tutto appare poco nitido, con pieghe e increspature) nel Web 2.0 e l'accesso ad un Web semantico integrato attraverso un grosso quantitativo di dati, si potrà ottenere l'accesso ad un'incredibile risorsa di dati".

Sembrerebbe trattarsi di una tautologia: quando saranno masticati da determinati protocolli futuri tantissimi dati, allora disporremo di tantissimi dati. Tante grazie, Tim.
Il fondatore del World Wide Web, in pratica, non ha la minima intenzione di considerare quali fattori discriminanti i processi partecipativi che hanno originato community, social network, produzione di user generated content. Le politiche SEO e il mercato pubblicitario non solleticano minimamente la visione che viene data dello stadio prossimo venturo della Rete. Tutto ciò che sembra distinguere il Web 2.0 dalla Rete pre-bolla non pare non interessare minimamente Tim Berners-Lee. Che si concentra, invece su due punti per lui determinanti: la massa di contenuti e le tecnologie per rendere accessibile questa imponente congerie di contenuti.

Quanto alle modalità di fruizione, il salto evolutivo è tecnologico. Il guru Berners-Lee punta su due modalità fondamentali.
La prima è la Grafica Vettoriale Scalabile. Detta così, sembra un ente comprensibile soltanto dai fisici quantistici. La Scalable Vector Graphics è, in soldoni, la tridimensionalità nella bidimensionalità. Si tratta di una grafica che crea immagini lavorando su linee e curve. L'immagine è la traduzione visiva di formule matematiche, che contengono tutte le istruzioni necessarie per tracciarla, lasciando all'algoritmo il compito di creare l'immagine medesima a partire da quelle coordinate (per fare esempi comprensibili: per un segmento lineare vengono fornite soltanto le coordinate del punto iniziale e di quello finale, mentre per un cerchio solo le coordinate del centro e la lunghezza del raggio. E, per quanto concerne i colori, essi vengono realizzati attraverso istruzioni delle linee e delle aree chiuse). La grafica vettoriale è dunque orientata agli oggetti. In un'immagine vettoriale tutti gli oggetti sono elementi indipendenti dagli altri che compongono l'immagine stessa. Non siamo ancora al 3D della realtà virtuale, ma ci avviciniamo molto. Un'immagine vettoriale infatti ha la possibilità di essere liberamente spostata e modificata, si può ingrandire o ridimensionare mantenendo inalterate la chiarezza, la definizione e quindi la qualità. La grafica vettoriale è definita scalabile proprio per questa sua peculiarità, in quanto non dipende dalla risoluzione. Proviamo a immaginare sul nostro video l'immagine in GVS di un'automobile: portiere, finestrini, interni e ogni elemento dell'immagine stessa sono oggetti indipendenti tra loro, con proprie caratteristiche, ognuno ridimensionabile, ricolorabile o eliminabile senza condizionare gli altri oggetti che compongono l'immagine. Le immagini vettoriali abbattono inoltre la richiesta di memoria per essere visualizzate. Questa tecnologia, per Tim Berners-Lee, è sufficiente a fornire il salto di qualità che portò, da immensi tazebao atzechi in ASCII su sfondo nero, al browser con immagini: là si era allo stadio 0.0, qui si è al 3.0. Nessun guanto o paio di occhiali per realtà virtuale: basta che la GVS diventi uno standard comune e assisteremo a un salto evolutivo del Web.
A questa rivoluzione grafica va tuttavia associata una rivoluzione concettuale, che riguarda la comprensione e l'elaborazione dei significati via Web. Se con la grafica del 3.0 rasentiamo la realtà virtuale, con il cosiddetto Web semantico sfioriamo l'intelligenza artificiale. Tim Berners-Lee richiede, perché sia possibile parlare di 3.0, software semantici integrati. Anche per questa tecnologia, a pronunciarla così sembra possibile farsi comprendere soltanto da un docente del MIT. Manco a dirlo, la definizione di Web semantico l'ha fornita lo stesso Tim Berners-Lee:

"Il Web Semantico è un'estensione del Web di oggi, in cui le informazioni hanno un ben preciso significato e in cui computer e utenti lavorano in cooperazione".

La citazione è tratta da un leggendario articolo, "Semantic Web", apparso su una prestigiosa sede editoriale, cioè Scientific American, in un tempo insospettabile, ovverosia il maggio 2001, in piena presenza della bolla speculativa che fece gridare molti alla fine della Rete.
In pratica, per estendere e svolgere il senso di ciò che TB-L aveva e ha tuttora in mente, va considerato che allo stato attuale già stiamo vivendo una transizione verso il Web semantico, grazie a tag, metatag, feed, rss, etc. I motori di ricerca, volenti o nolenti, stanno fruendo di una contestualizzazione che viene data ai contenuti, la quale costituisce un'importante elemento di valutazione per indicizzare le pagine.
Il panorama odierno del Web è quello di un indefinito e oceanico insieme di testi connessi in qualche modo tra loro, soprattutto attraverso link e vaghe contestualizzazioni fornite tramite "istruzione" con tag. Al momento (e questo è il fatto discriminante) soltanto utenti intelligenti, e quindi umani, possono comprendere i contenuti delle pagine che stanno visitando, capendo il testo e ciò a cui esso allude. Si tratta, di fatto, della possibilità di saltare da un contenuto all'altro attraverso link che costituiscono un elemento sintattico. I link sono connessi al funzionamento di un qualche codice di programmazione e risultano fortemente "solidificati", poiché individuano una risorsa attraverso un URL univoco, anche se si pone un problema di update degli stessi link. Questa "solidità" si è andata via via liquefacendo grazie alle contestualizzazioni che vengono richieste dal Web 2.0.
Non è ancora sufficiente per Tim Barners-Lee. Attualmente gli utenti navigano in Rete grazie alla loro esperienza e alla capacità di evocazione esercitata da parole o espressioni chiave, che sono comunque legate al codice di programmazione. Il Web semantico fa compiere un salto nell'iperspazio: è l'Enterprise della comprensione di significati. Ciò che il Web semantico costituisce è di fatto un'applicazione in grado di interpretare da se stessa il senso del contenuto delle pagine. Emerge, in pratica, l'orizzonte di un Web in cui si pongano come interpreti agenti intelligenti, cioè applicazioni capaci di comprendere da sé il significato dei testi presenti in Rete. L'esistenza di tali agenti intelligenti e autonomi permetterebbe di condurre gli utenti verso l'informazione ricercata, oppure di sostituirsi agli utenti stessi per compiere alcune operazioni. Un agente semantico è definibile attraverso tre abilità fondamentali: è capace di capire il significato dei testi presenti su Web; sa delineare percorsi e condurre gli utenti in ragione delle informazioni richieste, riuscendo anche a sostuirsi agli utenti in certi compiti; è in grado di connettere sito a sito, spostandosi autonomamente e comprendendo il senso di tutti gli elementi dell'informazione richiesta dagli utenti.
Una tecnologia autonoma e intelligente, come questa che Tim Barners-Lee ha delineato e sta sperimentando a tutt'oggi, trasforma radicalmente lo scenario di Rete. Il Web stesso diviene un diffuso motore di ricerca. I motori di ricerca perdono centralità.

Grafica Vettoriale Scalare e Web semantico sembrerebbero elementi minimi per definire lo stadio del prossimo Web. Che lo siano o meno dal punto di vista dell'elaborazione e della diffusione, non lo sono affatto quanto a implicazioni. La loro diffusione trasformerebbe non soltanto l'ambiente di navigazione, ma addirittura le grammatiche con cui navighiamo oggi. Impongono una rivoluzione e un ripensamento del mercato di Rete, delle gerarchie attuali che si sono consolidate sul Web, del concetto stesso di utente e perfino di quello di azienda che entra a contatto con Internet.
Si tratta, però, di tecnologie. Tim Barners-Lee effettua una richiesta ancor più radicale per il Web del futuro: servono contenuti. I contenuti sono informazioni di qualunque tipo, purché dotate di un senso. La loro specifica natura è determinante nel momento in cui, in primo piano, si pone proprio l'elemento del senso, sia quanto a intellegibilità del contenuto sia quanto a sua presenza grafica che deve avere un significato e non può essere immotivata.
Il Web 2.0 è uno stato larvale, neotenico, di transizione verso un orizzonte evoluto che il fondatore stesso del Web non soltanto vede prossimo, ma lavora alacremente per realizzarlo.

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Giuseppe Genna

 

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